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Carol Alt: i primi cinquant'anni di un'americana un po' italiana

Tempo di bilanci per la madre di tutte le supermodel. Dalla riconoscenza per il nostro paese alle notti dell'Hollywood, passando per Anna Wintour, il nuovo amore e un grande rimpianto. Legato a Ayrton Senna.

Carol Alt: i primi cinquant'anni di un'americana un po' italiana Carol Alt: i primi cinquant'anni di un'americana un po' italiana

Tag:  anni-80 Carol Alt cinquantenne film fratelli vanzina

di Marco De Martino

Il suo ufficio newyorkese è a Tribeca, quasi di fronte a Nobu, il ristorante giapponese da cui è appena tornata con una bottiglietta di olio extravergine d’oliva che usa quando non si fida del condimento altrui.

«L’olio per noi mezzi italiani è come il sangue» dice scherzando sulle proprie origini, in cui nella realtà si mescolano un po’ di Francia, Scozia e Germania. «Alt in tedesco vuol dire vecchio» spiega, ma non c’è niente che riesca a conciliare il cognome con la faccia su cui il tempo sembra essere scivolato senza lasciare traccia. O con quell’espressione in gergo yankee che usa spesso al posto della parola assolutamente, «abso-freaking-lutely!», che si potrebbe tradurre come «asso-cavolo-lutamente». O con la velocità con cui mima l’ansimare di un cane al finestrino per dire che a lei volare da una città all’altra piace tantissimo.

O, ancora, con l’amore adolescenziale con cui indica la matrioska con l’immagine del suo fidanzato Alexei Yashin, forse il giocatore di hockey più famoso del mondo, di 13 anni più giovane di lei:

«No, stare con lui non è un elisir di lunga giovinezza, al contrario la vista del suo corpo atletico mi fa ricordare ogni volta la mia mortalità»

Per gli italiani cresciuti con i film dei fratelli Vanzina e con il mito della bellezza wasp americana è difficile concepire che Carol Alt compia 50 anni (il prossimo 1° dicembre). Non per lei.

«L’altro giorno un quindicenne figlio di un’amica mi ha chiesto la data della prima copertina della mia carriera, quella della versione italiana di Harper’s bazaar, che tengo appesa in salotto.

Quando gli ho detto 1979, non poteva crederci, si è messo a fare mentalmente i  calcoli ma non ci riusciva, era convinto che io non avessi ancora compiuto 30 anni»

«Non mi sono mai sentita meglio in vita mia. Fino ai 34 anni avevo praticamente smesso di mangiare per stare sotto ai 52 chili di peso: Calvin Klein mi licenziò perché diceva che ero troppo magra, figuratevi...

Poi ho letto del crudismo, la dieta senza cibi cotti di cui sono ora una delle più entusiaste sostenitrici, e la mia vita è cambiata: senza questa svolta non credo che oggi sarei viva».

Sulle virtù dei menù crudi sta per scrivere un altro libro, il terzo, mentre sta per lanciare una linea di cosmetici con il marchio Raw Essentials.

Anche per questi impegni ha dovuto rinunciare a una proposta cinematografica di Tommaso Rossellini che l’avrebbe riportata in Italia, il paese che negli anni Ottanta la elesse al ruolo di sex symbol.

«Non mi sono mai considerata sexy. Da ragazzina ero la cicciottella troppo alta con cui nessuno voleva uscire, il maschiaccio che giocava a lacrosse e hockey.

E poi, in verità, proprio l’Italia è il paese che ha guardato meno alla mia bellezza e più al mio talento: mentre Hollywood mi offriva solo ruoli da vamp, Carlo Vanzina mi scritturò quando avevo 24 anni per trasformarmi in una signora di mezza età per il film Via Montenapoleone. A cui seguì un altro ruolo di peso: I miei primi quarant’anni.

E le proposte continuano ad arrivare, mentre le cinquantenni nel cinema Usa sono già da buttare».

Negli anni Ottanta Milano sarà anche stata da bere, ma lei di quel periodo ricorda soprattutto il lavoro:

«Certo che andavo al Nepentha e all’Hollywood, e mi fa ridere sapere che la polizia quest’estate ci abbia trovato della cocaina. Ma ci hanno messo vent’anni a scoprirla?».

Ride:

«Io però non ho mai avuto a che fare con quei giri, al massimo un bicchiere di vino rosso al sabato sera. Ero sposata e avevo nelle orecchie mio padre che mi diceva di lavorare e risparmiare ogni soldo perché la mia carriera sarebbe finita a 25 anni».

Non andò esattamente così...

«Successe invece che io, Rachel Hunter, Kim Alexis, Paulina Porizkova ed Elle Macpherson fummo le prime, vere supermodel. Non importa quello che dicono Naomi e le altre che sono arrivate dopo e non hanno mai voluto darci credito. Fui la prima a posare per un calendario, non Cindy Crawford, che pure lo rivendica.

Allo stesso tempo ho l’umiltà di ammettere il ruolo della generazione di modelle che ha preceduto la mia. Fu Lauren Hutton ad avere il primo contratto con un’azienda di cosmetici e Christie Brinkley la prima ad apparire sulla copertina di Sports Illustrated, dove dopo arrivai anch’io. Nella moda c’è un enorme problema di mancanza di gratitudine, a tutti i livelli».

Secondo Carol Alt, anche Anna Wintour, potente direttore di Vogue America, tende a trascurare il ruolo che ebbero le modelle dei primi anni Ottanta:

«A partire dal 1979 la mia faccia apparì su circa 21 copertine di Vogue, eppure alla mostra sui 150 anni della testata c’era solo una mia copertina di Sports Illustrated. Analogo trattamento hanno ricevuto Paulina e Christie Brinkley. La ragione? Credo che Wintour ce l’abbia ancora con il direttore che l’ha preceduta, Grace Mirabella.

Lo ammetto: sono terrorizzata da Wintour. A una sfilata, una volta un fotografo mi ha chiesto se volevo fare una foto con lei e mi sono rifiutata. Sono sicura che se le avessi chiesto di posare assieme lei avrebbe detto no, e non ho certo bisogno di essere umiliata così dopo la carriera che ho avuto».

Quando guarda ai suoi primi 50 anni Carol Alt ha solo un grande rimpianto, e non è certo professionale.

«La cosa che non mi perdonerò mai è di avere perso l’opportunità di vivere pienamente il mio amore con Ayrton Senna».

Aveva conosciuto il pilota brasiliano nel 1990, in un momento difficile del proprio matrimonio:

«Non ebbi mai il coraggio di rompere con mio marito, lo feci proprio il giorno in cui Ayrton morì in pista, in quella che rimane a tutt’oggi la giornata peggiore della mia vita».

Per questo quando incontrò il suo attuale compagno Alexei e lui le chiese il numero di telefono, lei si alzò immediatamente e glielo diede:

«Ho capito che non avrei mai potuto ripetere l’errore di innamorarmi e non avere il coraggio di buttarmi».

Sotto il tavolo nel salotto della casa newyorkese tiene una scatola piena di foto di quel periodo: gliele ha chieste la Sony per un documentario sulla vita del pilota:

«Una delle tante cose fantastiche di Alexei è che capisce perfettamente quanto ho amato Ayrton e non si turba se ho in giro le sue foto. Dopotutto anche lui era un suo fan sfegatato».

La lontananza rende il loro rapporto un po’ complicato.

«Lui gioca a San Pietroburgo, io sono a New York oppure nella nostra casa di Ottawa, dove vado spesso perché una delle mie più grandi ambizioni è diventare cittadina canadese, e per farlo devo passare almeno metà dell’anno lì.

Sin da piccola per me il Canada è il luogo del sogno, la vita da quelle parti è più semplice, ricorda gli Stati Uniti negli anni Cinquanta».

Alla fine lei e Alexei si vedono sul computer, quando per lui è ora di andare a dormire e per me è metà pomeriggio.

«Ci parliamo su Skype, ogni giorno, e da quattro anni è questo il nostro modo di stare assieme. Almeno fino a che non arriva finalmente il momento di vedersi di nuovo. Una volta Roma era la mia città preferita, ora San Pietroburgo la sta sorpassando».

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